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In che modo la tazzina in cui berrai il tuo caffè potrebbe renderti Madre Teresa di Calcutta

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Qualche tempo fa mi trovavo in giro per Roma con mio padre.

Passeggiavamo, parlavamo delle nostre vite e delle cose che ci stavano accadendo al momento, finché lui mi ha rivolto questa domanda: Quante volte sei cambiata fino ad ora nella tua vita?”.

La cosa mi ha fatto pensare, e non poco…

Sono una terapeuta, quindi, sono a contatto con il cambiamento continuamente. Vedo le persone cambiare, le aiuto a farlo. Alcune vengono nel mio studio per rivoluzionare la propria vita (spesso, dopo qualche grossa crisi), altre, per renderla più pacifica.

In un modo o nell’altro, il cambiamento è il mio pane quotidiano.

Ma quanti cambiamenti ci sono? Quanti cambiamenti, davvero, possiamo sopportare, nel corso della nostra vita?

Una volta, durante gli studi di Programmazione Neuro Linguistica, lessi qualcosa circa i diversi livelli di cambiamento che si possono vivere. La questione veniva affrontata da un tale di nome Robert Dilts (se vi capita, leggete i suoi libri, sono molto, molto interessanti). Lui parlava di “livelli logici”:

Ecco quali sono:

Ambiente: Sono cambiamenti di ordine del tutto esteriore. “Voglio cambiare casa”, “voglio cambiare città”, “Voglio comprare una macchina nuova”. Spesso, questo genere di cambiamenti, riguarda più che altro l’espressione di quello che siamo. Cambiamo vestiti, mobili e capelli dopo che abbiamo vissuto un qualche cambiamento interiore di più o meno grande portata (e le donne lo sanno, che i capelli, spesso e volentieri, si tagliano solo dopo certi eventi 😉 )

Comportamenti: Siamo ad un livello un po’ più profondo. Si tratta di cambiamenti che hanno a che fare con noi e le nostre relazioni. Si raggiungono quando ci si dice: “basta, voglio smettere di fumare”, “non voglio più avere questi scatti di ira, voglio stare calmo”, “Devo trovare il coraggio di riprendere a guidare”. Si tratta di cambiamenti immediatamente visibili che modificano, di conseguenza, alcune cose più profonde in noi. Sembrano cambiamenti a sè stanti, ma non è così. Se smetto di fumare, poi, mi SENTO diverso, non è solo un comportamento. Se riprendo a guidare e vinco le mie paure poi, mi SENTO più forte. E se mi SENTO diverso, più forte, cambiato, poi finisce che oltre quel comportamento ne cambierò altri e quando cambieranno diversi comportamenti, inizierò a cambiare ad un altro livello…

Capacità: Se devo smettere di fumare, ad esempio, devo imparare a gestire il momento in cui mi viene voglia di fumare una sigaretta, senza dare di matto e senza cedere. Più lo faccio, più divento capace di gestirmi, acquisisco delle strategie nuove nei confronti delle mie voglie compulsive e quindi, cambio… Ugualmente si può dire per il guidare la macchina, gestire la propria rabbia e qualsiasi altro comportamento che si è voluto cambiare. Non siamo robot, e in fondo, anche per i robot è così: se cambi modo di comportarti, cambiano le tue capacità, e se cambiano capacità iniziano a cambiare altre cose dentro di te, cose che hanno il potere di condizionare la tua vita in maniera molto, molto profonda….

Valori e credenze: qui iniziano i cambiamenti grossi, qui si smette di scherzare. Cerchiamo di capire. Se io per esempio, temo di guidare la macchina e quindi non lo faccio da 15 anni e poi decido che voglio cambiare e rimettermi a guidare e ci riesco e acquisisco la capacità di gestire la mia ansia e di superarla e poi faccio anche un bel viaggetto di una settimana on the road in Irlanda, quando, fino ad un paio di mesi prima, non riuscivo nemmeno ad uscire da garage di casa, beh, la mia percezione di ciò che per me è possibile, della mia autostima e di ciò che posso fare nella vita, cambia! Eccome se cambia! Perché sapete, se io mi convinco di poter fare certe cose, poi i miei standard cambiano e non solo gli standard, ma anche ciò che per me è importante, ciò che ha VALORE. Perché se la volpe impara a saltare più in alto e a raggiungere l’uva, beh, siamo proprio sicuri che continuerebbe a considerarla così disgustosa? O forse la vorrebbe, lo ammetterebbe e, convinta ormai di potercela fare (perché si è appena fatta il giretto in macchina in Irlanda dopo anni che non guidava), farebbe di tutto per raggiungerla e finalmente mangiarla? E una volta mangiata l’uva, non credete che la volpe cambierebbe ancora qualcosa dentro di sè? Che dite, si sentirebbe una perdente o una vincente?

Identità: Ebbene si, nella scalata del cambiamento, ad un certo punto, passo dopo passo, si tocca l’identità. Una volta che inizio a cambiare comportamenti che posso gestire, acquisisco nuove capacità, inizio a sentirmi fico e tosto e a modificare ciò che credo possibile raggiungere nella vita per me, io, inizio a sentirmi una persona nuova. Si, io cambio nell’identità. Se inizio a credere che posso farcela, non sono più un impiegato che ogni tanto suona la chitarra, ma divento un musicista che temporaneamente lavora in un’azienda. E se ci credo per un tempo sufficientemente lungo, poi mi stanco di fare l’impiegato e divento un musicista veramente. Perché ci credo, perché ho vissuto l’esperienza di arrivare all’uva, perché so che posso farcela con la determinazione giusta e l’acquisizione delle giuste capacità (organizzative, relazionali, tecniche o psicologiche che siano). Basta così? E’ questo il massimo livello di cambiamento al quale possiamo arrivare? No, il nostro amico Robert ne contempla un altro…

Spirituale: già sento alcuni di voi che si lamentano “mmh, ancora sta roba… ma io sono ateo, non ci credo in Dio, mo perché dobbiamo parlare del lato spirituale e fare i frikkettoni? Il discorso mi stava piacendo, che cavolo!”, ma prima di mandarmi a quel paese, chiudere l’articolo e il computer a causa di questa parola, lasciate che la definisca meglio, senza giustificazioni, solo per capirci. Avete presente Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Gandhi, Che Guevara, ma anche vostra nonna quando andavate a trovarla e vi preparava le polpette, o il barista che la mattina, insieme al caffè vi chiede come state (per un certo periodo della mia vita, il “come va oggi cara” del barista sotto casa mi ha salvato dalla disperazione esistenziale)? Bene, cosa hanno queste persone di particolare? Perché ce le ricordiamo? Al di là dei discorsi ideologici e delle prese di posizione rispetto a certi argomenti politici o religiosi, queste persone le ricordiamo perché hanno vissuto una vita allo scoperto. Hanno fatto qualcosa per gli altri e non solo per loro stessi, o quanto meno, ci hanno provato. Ecco, il livello di cambiamento “spirituale” rappresenta quella strana spinta verso l’esterno che ci prende quando iniziamo a sentirci davvero bene con noi stessi, quando iniziamo ad avere un senso di identità che ci fa sentire felici e in armonia col mondo e che ci spinge a pensare: “si ma… oltre a stare bene io, posso fare qualcosa per qualcuno in questo mondo? Posso dare il mio contributo? Posso… sostanzialmente… AMARE?”. Ecco di che si tratta. Eccolo il più grande e profondo cambiamento. Ecco la vera rivoluzione: Amare. Cambiare così tanto e così bene che alla fine amare ci sembri l’unica cosa sensata da fare nella nostra vita.

Ma tutto questo, non è facile.

Perché per riuscirci dobbiamo essere in grado di valutare in che direzione stiamo cambiando, che percorso stiamo facendo. Se i comportamenti che abbiamo oggi ci stanno davvero permettendo di costruire delle convinzioni che ci supportano e che ci fanno essere sempre più simili a ciò che vogliamo essere (e quando dico “ciò che vogliamo essere” intendo quello che volevamo essere da bambini, prima che gli ingorghi della vita ci avvilissero e ci convincessero della non desiderabilità dell’uva). E si, perché i cambiamenti avvengono di continuo, e non solo se li programmi. Le esperienze ci cambiano che noi lo vogliamo o no, quelle positive come quelle negative e, soprattutto dopo grosse delusioni, che hanno fatto crollare convinzioni, valori e quindi, di conseguenza, il nostro senso di identità, dobbiamo fare attenzione a come lasciamo che la vita ci ricostruisca, perché ogni volta che viviamo una esperienza nuova, alcuni pezzi di noi si perdono, il nostro senso di identità cambia e, forse, vale la pena, ogni tanto, fermarsi a fare un check.

Semplicemente chiedersi: “si ma, io… chi voglio diventare? Che genere di persona vorrei essere? E per essere quel genere di persona, che cosa dovrei pensare di me, degli altri e del mondo? E per avere queste convinzioni, che capacità dovrei acquisire? E per acquisirle, che comportamenti dovrei iniziare ad adottare? E per iniziare ad adottare quei comportamenti, in che tazzina devo bere oggi il mio caffè?”.

Pensaci 😉

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La tormentosa questione dell’elastico attaccato alla schiena (Parte II)

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Ricordate la storia dell’elastico attaccato alla schiena?

Ecco, è arrivato il momento di riprenderla alla ricerca di una soluzione alla questione.

La vicenda era più o meno la seguente:

Cerchi di andare in una direzione, ti sforzi, ti sforzi, ti sforzi, e per quanto tu ci metta tutto l’impegno possibile, ogni volta che ti muovi di qualche passo in avanti, ecco che subito dopo arrivi come ad un limite, per cui per ogni passo che hai fatto e per la forza (sarebbe meglio dire “lo sforzo) che ci hai messo, ecco che vieni riscaventato indietro, velocissimamente, fortissimamente, al punto di partenza.

Proprio come se ci fosse un elastico intorno a te, che ti lega ad un palo, dietro di te.

In questo stato di cose, l’avevamo visto nello scorso articolo, fare più sforzi diventa dannoso, non solo perché c’è un dispendio non indifferente di energie, ma perché, ancora peggio, ogni volta che l’elastico ti rimanda indietro la convinzione di poter andare in avanti viene a mancare e ad incrinarsi, volta dopo volta.

Sono sicura che mentre leggi questo articolo ti sarà venuta già in mente una situazione della tua vita perfettamente adattabile alla metafora.

Quindi, prendiamo come esempio la tua situazione e riflettiamoci su:

Non hai la sensazione, in base allo sforzo che stai impiegando per riuscire ad andare avanti, che la tua motivazione pian piano stia venendo meno?

Ti accorgi di come, volta dopo volta, inizi a farti delle domande che all’inizio non ti facevi: “ma sarà davvero quella la direzione che devo prendere? Ma non è che mi sto solo incaponendo? Forse mi sto montando la testa e là io non ci posso arrivare, ma devo abituarmi e rassegnarmi al fatto che devo stare dove sono (vicino al palo, nella nostra metafora) e devo smettere di credere in sogni inutili?”.

Ecco qua, se la tua mente si sta riempendo, o magari si è già riempita, di dubbi come questi, allora ti do una prima rassicurazione: le cose che stai pensando non sono vere. Sono solo uno dei sintomi della sindrome da elastico attaccato alla schiena.

Ma quindi? Come si fa?

Se hai già letto il primo articolo, dovresti aver già messo in pratica il primo consiglio: smettere di sforzarti e di conseguenza dare forza all’elastico. Già facendo questo (ah, in termini tecnici della terapia strategica questo passo viene chiamato: interrompere la tentata soluzione disfunzionale) la sensazione di spossatezza, disagio, disperazione, calo di autostima e frustrazione dovrebbero scemare.

Ok, siamo già a buon punto.
Adesso gli scenari successivi dovrebbero essere due:

  1. Fermandoti nella pazza corsa contraria all’elastico, il tuo elastico specifico potrebbe essere caduto a terra, e per te è diventato più facile scavalcarlo agilmente con un passetto e continuare, finalmente, per la tua strada. E’ il caso del problema che si risolve da sé nel momento in cui smettiamo di cercare a tutti i costi di trovarvi una soluzione. O per meglio dire, è il caso del problema che in fondo non esisteva, ma che era stato letteralmente creato dalle soluzioni che cercavamo di applicarvi.
  2. La corsa contro l’elastico è stata fermata, ma l’elastico continua ad essere attaccato alla tua schiena, quindi, in ogni caso, non riesci a liberartene e ad andare avanti.

A questo punto bisogna fare un passo in più, quello giusto: uscire dalla morsa dell’elastico.

Ma come si fa?

Ecco alcune domande per iniziare a scoprire qual è la natura del tuo elastico:

  • C’è sempre stato o è comparso da un certo momento in poi?
  • Se è comparso ad un certo punto della tua vita, sapresti identificare quando? Dopo qualche evento particolare? Dopo una rottura? Una separazione? Un lutto? Un grosso cambiamento?
  • Se invece c’è sempre stato, lo senti in tutti gli ambiti della tua vita o solo in uno in particolare? Ad esempio, la storia dell’elastico la vivi solo sul lavoro? Solo nelle relazioni sentimentali? Solo nella tua famiglia? O in più ambiti?
  • Hai mai sperimentato dei momenti in cui, invece, l’elastico non ti ha tirato indietro? Ci sono state delle eccezioni? Ci sono ancora? Quando ti senti libero/a dall’elastico? In che situazioni? In che momenti? Con chi?

Prendi carta e penna e rispondi con calma a queste domande.

Potrebbe venirne fuori che:

a) L’elastico è la conseguenza di una rottura, un lutto o un grosso cambiamento che in qualche modo ancora ti tiene legato/a. Potresti quindi avere bisogno di una mano per finire l’elaborazione di un qualche lutto e mettere ordine dopo un cambiamento che ti ha stravolto la vita, le cui conseguenze sono state difficili da gestire per te.

b) L’elastico lo hai solo in un ambito specifico della tua vita, in altri no. Quindi hai la capacità di muoverti in avanti, non è che tu non sappia farlo in assoluto, ma c’è una qualche sensazione che ti si scatena in un certo campo, che negli altri sta al suo posto e non viene a darti fastidio. Allora è il caso di diventare capace di gestire questa sensazione e cambiare il tuo modo di affrontarla direttamente sul campo.

c) L’elastico fa parte della tua vita a 360°: allora complimenti, vinci il premio per “grande autosabotatore” 😉 Scherzo, ma un po’ è così, se vogliamo dirlo in termini semplici, sei un professionista nel metterti i bastoni fra le ruote per fallire nelle cose che vorresti. Ma, al contrario di quello che tu possa pensare, questo è grandioso, e sai perché? Perché appena avrai scoperto come fai specificamente ad autosabotarti così bene e te ne renderai completamente consapevole tanto da riuscire a farlo in piena coscienza e deliberato consenso, allora saprai anche cosa dovrai evitare di fare per ottenere l’effetto contrario, e come d’incanto, la vita ti sembrerà più semplice e scoprirai l’enorme piacere (si, hai letto bene “piacere) di avere la piena responsabilità della tua vita e delle cose che ti accadono. Allora sogni, obiettivi e successi non saranno più il solito illusorio miraggio, ma semplicemente, passi da fare, quando li vorrai e come li vorrai.

Ora, questa ovviamente è un’analisi molto generica.

Le domande che ti ho posto sono un piccolo aiuto, ma ricorda che non equivalgono ad una vera e propria diagnosi psicologica.

Se senti di volerci vedere più chiaro nella tua situazione e vuoi una mano per levarti questo benedetto elastico dalle scatol… ops, scusa… dalla schiena, puoi chiedere un appuntamento dal vivo (se sei di Roma) cliccando qui, o via skype (se non sei di Roma) cliccando qui.

Intanto… mentre ci pensi… rispondi alle domande.

Che situazione hai? La a), la b) oppure la c)?

 

Perché tradiamo, siamo sempre insoddisfatti e spesso mandiamo all’aria tutto senza apparenti motivi

Quando ero piccola un giorno mio padre mi tenne una lezione sulle relazioni umane.

Disegnò due pezzi di un puzzle che in un punto si incastravano alla perfezione. Uno dei due pezzi era così completo, mentre l’altro… restava con un buco al centro, che non veniva riempito.

Il disegno era più o meno così…

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Allora la cosa mi lasciò alquanto sconcertata.

Nel mio modo lineare e semplice di percepire la realtà, mi sembrava ingiusto, assurdo e triste che qualcuno venisse completato da una relazione e l’altro no.

Secondo mio padre, il buco al centro era la spiegazione delle trasgressioni all’interno di una coppia.

Per anni ho pensato a questa sua metafora e al suo disegno.

Ho tentato costantemente di contrastare, con le mie esperienze, la sua visione del mondo.

Ma, in verità, non ci sono riuscita.

In effetti devo ammettere che è vero: anche se in qualche punto di noi stessi le persone che scegliamo come nostri partner ci compensano, rimane sempre qualcosa di “non risolto” dentro di noi.

E più tentiamo di delegare al nostro partner l’incarico di completarci, di riempire i vuoti e spazzare via le nostre personali ambiguità, più ci sentiremo non compresi, sbagliati e, peggio ancora, sempre alla ricerca di qualcos’altro.

In questa prospettiva di cose, o siamo così fortunati da incontrare un vero e proprio “miracolo” vivente, in grado di mettere a posto ciò che noi stessi non riusciamo a mettere a posto, o ad un certo punto facciamo i conti con la realtà dei fatti e ce ne prendiamo la responsabilità ammettendo, a noi stessi prima di tutto, che si, la persona che abbiamo vicino ci rende felici, a volte, ma molto più spesso non arriva nemmeno lontanamente a comprendere ciò che profondamente ci turba, ci fa svegliare col magone e ci fa vivere in questo strano stato di perenne e immotivata, insoddisfazione.

E allora che dovremmo fare? Dopo aver preso coscienza del fatto che chi ci sta accanto non può e soprattutto NON HA il compito di riempire i nostri vuoti, che dobbiamo fare?

Davvero l’unica soluzione è la trasgressione? Cercare in altri ciò che i nostri partner non possono e non potranno mai darci? Tradire? Lasciare? E continuare così a strappare le trame delle nostre vite in modi che poi non solo non guariscono, ma feriscono di più e più profondamente?

Ecco 3 consigli per gestire la cosa, o almeno, per iniziare a prendersene cura in maniera più adulta:

  1. Rendersi conto che avere dei “buchi” interiori è normale e che li abbiamo tutti: non vergognarsi delle proprie vulnerabilità e non nasconderle soprattutto a se stessi è il primo passo per potervi venire a patti. Siamo tutti folli, ognuno a modo suo. Non esiste la perfezione, la persona senza pecche, quella del tutto equilibrata. E se qualcuno sembra essere così è il più folle di tutti. Le pazzie fanno parte dell’essere umano. Se fossimo già perfetti saremmo morti. Perché siamo qui per migliorarci, non per essere già migliori.
  2. Accettare il fatto che ognuno ha la responsabilità di guardare, comprendere e curare le proprie ferite e i propri difetti: non sono gli altri a doversi adattare a noi, non è il mondo a dover diventare più “buono” se la cattiveria ci manda in crisi, non è il partner a dover diventare più “comprensivo” se sentirci incompresi ci fa dare di matto e ci getta nella solitudine più profonda. Ciò che vibra dentro di noi, ciò che non ci fa sentire a posto, che ci fa paura, che ci fa arrabbiare ecc, sono tutte cose che rientrano nelle nostre personalissime responsabilità. Non è lui o lei a doversi adattare a te, né tu devi adattarti a lui o lei. Va bene, ci si supporta e ci si sopporta, ma il principale compito che abbiamo è quello di guarire noi stessi, chiedendo aiuto alle persone giusto al momento giusto. E no, i partner non sono degli psicoterapeuti, né degli infermieri, né dei genitori. Sono partner. Persone che ci camminano affianco. Punto.
  3. Distinguere i surrogati di guarigione dalla guarigione vera: molte persone riescono a fare i primi due passi, ma poi si perdono al terzo. Così capiscono di avere delle mancanze, sanno che i loro partner non possono compensare e quindi… cercano altri partner… Molti tradimenti, fughe, vizi di varia natura, sono solo modi che vengono utilizzati per “metterci la toppa”, non pensarci, rimandare il momento in cui dovremo affrontare DAVVERO i nostri sospesi. Ma cercare di tappare un forellino mettendoci dentro una pietra potrebbe persino allargarlo di più! A volte, le cose che tentiamo di fare per non sentire certe mancanze dentro di noi, sono proprio ciò che le renderà insopportabili nel tempo. Prendersi cura delle nostre fratture interiori, dei nostri modi di essere scomodi e scompensanti, delle nostre paturnie, follie e difetti è l’unico modo che abbiamo per vivere più felici nelle relazioni che costruiamo nel corso della nostra vita. Si dice che l’amore guarisca, ma lo fa solo se, dopo che esso ci ha indicato la zona d’ombra che abbiamo dentro, siamo noi a metterci mano, magari con l’aiuto di un professionista, quando serve 😉

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La tormentosa questione dell’Elastico attaccato alla schiena

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Avete mai provato la sensazione di non riuscire ad andare avanti nella vita?
Come se ci fosse un elastico, un enorme elastico che vi lega, indietro, da qualche parte alle vostre spalle.
E voi fate di tutto per divincolarvi, per tentare di liberarvi, ma l’elastico vi lega là e se con enorme sforzo, riuscite a fare quei 2, 3 passetti che le persone “normali” fanno fischiettando, la felicità non dura che pochi minuti, perché immediatamente dopo, proprio a causa della forza che avete voi stessi esercitato per muovervi in avanti, l’elastico avrà la spinta per rigettarvi indietro, con violenza, tanta più violenza quanta più forza avete impiegato per fare quei due miseri passi in avanti.
E “SBAM”, sarete nuovamente sbattuti al palo a cui è legato l’elastico, ancora una volta, e poi ancora, e ancora, e ancora, senza possibilità di scampo.

Così alternate momenti in cui vi arrendete (e vi deprimete) perché non c’è davvero nulla da fare a riguardo (l’elastico esiste, ed è più forte di voi), a momenti in cui, dopo il riposo della resa, risentite la voglia di riprovarci, di nuovo, con più forza, con più furore, nella speranza di spaccare l’elastico ed essere finalmente liberi.
Ma la storia si ripete: “SBAM”, 2 passi avanti e 700 indietro…

E allora? Che si fa? Come se ne esce?
Eh, non lo nascondo, è un bel casino… ma di certo, guardando il disegnino che mi è venuto in mente questa mattina mi appare evidente (e forse apparirà evidente anche a voi) che la prima cosa da fare per interrompere il circolo vizioso (o sarebbe meglio dire il “molleggiamento” vizioso) sia INTERROMPERE IMMEDIATAMENTE TUTTI I TENTATIVI FOLLI E DISPERATI DI FARE QUEI DANNATI PASSI IN AVANTI. Perché più lottiamo per andare avanti, più l’elastico ci ricondurrà dietro e, quel che è peggio, lo farà proprio con lo slancio che noi stessi gli avremo offerto sforzandoci di fare i passi in più.
Quindi, primo consiglio del giorno contro l’elastico: SMETTI DI DARE SLANCIO AL TUO ELASTICO.


 

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Ribellarsi alla Paura: un dialogo estivo

Ho una grande famiglia. Grandissima, se conto cugini di primo e di secondo grado, più i diversi zii, saremo più di 100. Questo perché mio padre è il nono di 9 fratelli, mia nonna è vissuta fino a 100 anni e pur essendo un po’ dispersi per il mondo (c’è chi vive in America, chi in Canada, chi in diverse città di Italia), ogni anno ci ritroviamo in Calabria per la festa di famiglia, la seconda domenica di agosto.

Quest’anno non è stato da meno e insieme agli altri cugini ho rivisto una cara cugina di New York, illustratrice, con la quale mi sono intrattenuta spesso a parlare di un po’ di questioni psico-esistenziali.

Una di queste è stata sulla “paura”.

  • <<Si Roby, perché vedi, noi siamo abituati ad evitare le cose di cui abbiamo paura, ed è una reazione naturale no? Però in realtà dovremmo fare tutt’altro!>>
  • <<Eh, si, lo so, anche in psicologia le cose stanno così sai? Più eviti qualcosa perché ne hai paura, più questa cosa ti farà paura nel tempo>>
  • <<Esatto! Perché se scappi da qualcosa dai conferma a te stesso che c’è un pericolo… anche se magari, in realtà non c’é>>
  • <<O peggio, se ci fosse davvero, scappando lo rendi insuperabile>>
  • <<Ma poi c’è anche un’altra cosa sai…>>
  • <<Dimmi…>>
  • <<Si dice che ciò che ci fa più paura è proprio ciò che forse ci verrebbe meglio>>
  • <<Mmh ma, aspetta, se mi fa paura buttarmi da una rupe non significa che se ci provassi volerei…>>
  • <<No no, non intendo questo. E’ ovvio, ci sono cose che ci fanno paura perché sono realmente pericolose per noi. Ma ce ne sono altre che ci fanno paura solo perché, affrontandole, farebbero venire fuori un potenziale sopito che non abbiamo ancora il coraggio di guardare in faccia. Io per esempio, che sono un’illustratrice, ho paura di disegnare i paesaggi. Temo che mi vengano male capisci? Di non esserne capace. Così non li disegno mai. Ma questo è sbagliato. Se non disegno mai paesaggi sarò sempre limitata, e tutto solo a causa della paura di scoprire di non saperli disegnare>>.
  • <<E’ così. Se evitiamo di fare le cose di cui abbiamo paura, continuando a scappare, e scappare e ancora scappare, finiremo per circoscrivere la nostra vita in dei limiti ristrettissimi, dove le cose in cui ci sentiremo a nostro agio saranno talmente poche che la vita perderà del tutto di sapore. Anzi! Sai che mi viene in mente? Qualche tempo fa leggevo di una tipa che per sfida propone di fare una cosa nuova ogni giorno, anche piccola, giusto per abituare il proprio cervello ad affrontare il cambiamento, che poi è quello che ci fa più paura>>.
  • <<Mmh… una cosa nuova ogni giorno? Interessante!>>
  • <<Eh si, e pensa come sarebbe ancora più liberante affrontare una piccola paura ogni giorno. Perché secondo me la gente si blocca difronte alle cose che le spaventa perché si immagina di dover affrontare tutta la paura in una volta, ma non è così che funziona! Quelle sono vere e proprie terapie d’urto, che a volte generano più traumi che guarigioni. Io invece sono per il fare un passetto al giorno, al contrario di ciò che suggerisce la paura, smettere di esserne schiavi insomma, di eseguire i suoi ordini, ribellarsi un po’…>>
  • <<Gli ordini della paura…>>
  • <<Eh si, esatto. Perché più esegui i suoi ordini, più ti convinci che lei è la tua padrona! Mica eseguiamo gli ordini di chi non ha autorità ai nostri occhi, no? E siamo noi a darle autorità!>>
  • <<Giusto… eseguendone gli ordini…>>
  • <<Esatto. Quindi il punto è iniziare ad esservi meno devoti. Diventare pian piano dei ribelli nei suoi confronti. Dei rivoluzionari alla fine, facendo il contrario di quello che ci suggerisce. Tipo: tu hai paura di disegnare paesaggi? Bene, disegnane uno ogni giorno. Io ho paura di scrivere articoli poco interessanti? Bene, ne scriverò uno al giorno, e così via…>>
  • <<Esatto! E’ quello che sto facendo. Ma poi che succede?>>
  • <<Eh, ci ho fatto un piccolo disegno su quello che succede… lo vuoi vedere?>>
  • <<Certo!>>
  • <<Eccolo qua… 

Paure


 

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